Poetry

L’ultima raccolta di poesie “Addio Paroxetina” è disponibile qui.

“Coinvolto nell’informativa” Gabriele Nugara
COINVOLTO NELL’INFORMATIVA

Di voi una paura trattenuta, sviata,
elusa, tenuta a fondo, sul fondo,
non riordinata, respirata a rantoli d’asma:
non ne fu vera causa la mia allergia agli acari.

Cerco minore consumo d’ossigeno,
meno è l’ossigeno incamerato e 
minori le macerie durante la tosse,
rifiuto confidenze, ritengo immeritato
lo stare al mondo. 

Vivo un ricatto inespresso piantatosi
zitto alla bocca dello stomaco, deviato
sui compagni, su altri sospetti, sempre
altri, respinti per ragioni familiari,
battuti in gare immaginarie,
osservati vincere.
“Magnet” Gabriele Nugara
MAGNET

Oggi il nostro filo tiene.

Non importa che alla fine
io lo voglia sfilacciare:
il nostro filo, ora che non
stiamo insieme, tiene.

E’ solo un dettaglio 
che io lo voglia attorcigliare
in un proposito erotico abituale.

Tu lo tieni teso il nostro filo,
perché non vuoi, non puoi
e anche se potessi non dovresti.

Mi hai fatto vedere cosa indossi
e per la prima volta anche a cosa
giocavi da bambina, un piccolo
telaio di fili colorati.

Non devo più dire di te donna-ragno:
i fili tuoi sono quelli del rettangolo
di legno in cui ricamavi le lanose
iridi, le lenti a contatto guastate dall’uso.

Tu sei l’amica rimasta sconosciuta all’arroganza.
“Chi ci frena” – Gabriele Nugara
CHI CI FRENA

Silvia principio della frenata:
importante è che non mi si dica,
che io mi possa disconoscere.

Spazientirsi, anticipare la scelta
dettata dall’avanzare del tempo:
questa sera forse la scampiamo,
riusciamo a vincere sia l’esilio
che le grida del figlio.

Leggiamo i fulminei ritratti
di chi non ha più altro che 
la sincerità del fallimento:
se maledetti si è, lo si è 
senza una pausa sola.

Ripeto: non voglio più che
mi si prenda, a costo di lunghi
digiuni sociali.

E non mi offro neanche a compiacenze 
incredule, ai messaggi riluttanti 
di un altro che crea: qualcuno che insista 
più di me nel creare ciò che crea.
“Sorella ansia, fratello malumore” Gabriele Nugara
SORELLA ANSIA, FRATELLO MALUMORE

Sarà pure vero che fa meglio il meno, eppure speranza di vita
attiva ci offre appena il medicinale che avvalla più serotonina
tra le sponde neuronali – dopandoci – senza che un commissario
svolga il prelievo a sorpresa certificando le nostre condotte sleali.

„Noi due non siamo in competizione“ precisa subito antica
concubina che diede avvio al lungo corso delle amate male
da non sapere più a cosa attribuire ora un senso di voluttà
e rispetto, la corsa che fai su te stesso non ha reale riflesso.

Pochi i modi di correrti accanto, sento lo sparo dello starter
che quando racconti recente refrattarietà alla penetrazione
dispone tanti altri maschi lungo corsie interminabili di false
partenze mai sanzionate, la gara che si palesa, io che resto 
ai blocchi, congelato.

„Ero convinto baciasse chiunque“ dichiaro ai microfoni 
sollevato, questo cervello ammainato negli anni privi di te
aveva continuato ossessivo a coltivare presunta tua immensa
propensione all’atto, non accettando il nostro zero a zero
di un rapporto incompleto, all’asciutto.
“Do-Laure” Gabriele Nugara
DO-LAURE

Le mie cose sono come le tue cose,
tendono alla malattia se vogliono 
essere ascoltate.

Questo il regalo che mi fai: 
non mi devo più scusare.

Convulsioni per non afferrare
il telefono, il messaggio si disfa
prima che legga del tuo malore.

Sordo come scelta necessaria,
prima sul fisso, poi sul cellulare.

Rimugino il titolo di un testo
scritto molto tempo prima,
quando era chiaro che la nostra
volesse diventare una patologia.

Resteremo per sempre Corsette corsare:
vorrò vederti, per non doverti salutare.

Opprime le ossa un rancore:
immersioni in una doccia, acqua
che si versa superata la linea nera
d’infezione.

Lo spazio è inventato per gioco,
è bacinella dove naviga a stento 
un pezzo di eterna plastica corrotta,
noto alla mia infanzia e alla tua.

La gioia fragile mutata in fretta,
il richiamo ad altri uomini come
costante perfetta di una tortura
a sbarramento lieto della crescita.

Alcune poesie tratte da “Praesidium ignis” (2021)

PRELUDIO

attorno automi che hanno promesso
di bastare a se stessi, allenati a non 
desiderare, abituati ai loro esclusivi
consumi brutali e occulti, si rivalgono
alla prima occasione di ogni privazione 
pregressa, sono i tutori dell’avanzamento

Eravate quelli feriti che si accomiatano,
i feriti da voi che si salvano con il conforto
della struttura, della corporazione, del peloton
che tutto lenisce, che tutto assorbe, omnia
remedia, il mito di un cavaliere solitario che
non si disarciona, sosta sul cavallo imbizzarrito 
delle tesi sovrane, ostenta il bisogno di sfoghi 
in lunghe cavalcate violando le lande abissali,
mentre le menti che lo hanno disgustato ancora
nel gruppone a farsi dare ragione, a retribuire
il piccolo obolo dell’appartenenza, obbedienza
placida che attiva la garanzia di una carriera.

Gli altri si sfiancano lungo i percorsi secondari,
si curano, sì, della corsa sfrenata, rischiano il sé
ben oltre le proprie risorse, le capacità atletiche
di resistenza, ma che importa? Hanno ricevuto 
altro carburante dall’espulsione, la propulsione.

Il dubbio se restare in carreggiata oppure inventarsi
nuove strade andando sistematicamente fuori pista.

La ribellione velleitaria o necessaria manifestazione 
della propria rabbia che mai intenderebbe creare
macerie materiali, ma ulteriori macerie psichiche,
quello sì, sicuramente? Non è una posa, ora lo sanno,
quello che alcuni bollavano come elitismo di maniera
era la sostanza inguardabile del reietto che condanna 
se stesso perché ama il disprezzo, lì si sente voluto. 


LE SPINE DELLA MENTE SVUOTATA

Più non la si sfiori, perché già troppo l’abbiamo 
maneggiata, e non la si canti, perché la si è intonata 
a dismisura, niente le si torca e non le si respiri contro, 
quei cattivi sentori e il troppo sghignazzare, vi si dilata 
la mascella e non è d’aiuto ciò che potreste addurre, spiegarci 
o giustificare, nel caso siete voi che dovreste recedere, noi che
non sapevamo di essere già condannati, ci chiedevamo da dove 
originasse lo strano senso di vacuità e non ci accorgevamo 
di occhieggiare attoniti davanti a uno schermo, così, senza 
precisa intenzione, remoti, analogici, su un altro versante.
  

Alcune liriche tratte da “Addio Paroxetina” (2018)

L’ODORE DEL DISPERSO VIAGGIATORE
Il bambino interviene su tutto, sabotando.
Abusato si ribella, bloccando l’esistenza.

Un lungo viaggio con tanti passeggeri, 
sia bambini che musicisti, pare proprio 
un tour-bus, senza un concerto in vista. 

L'approdo per me in particolare mi chiedo 
quando avverrà, sono in agitazione per l'arrivo, 
la destinazione è la discarica enorme di Basse 
di Stura dove ha lavorato mio padre, richiama 
al tempo stesso la centrale elettrica Vattenfall. 

Quando ormai sono in vista della meta c'è Salvo 
che mi sta aspettando apprensivo, si concentra 
sul luogo in cui fermerà l'autobus, lui sa che ci 
sono e sono felice che lui ci sia, non c'è scambio 
di sguardi, non ci riesce mai, non ci è mai riuscito 
di cercarci uno negli occhi dell'altro e annusarci: 
ci ostacola un forte pudore, acre, violento come 
il fetore dell'approdo su una montagna di detriti.


EWA O. 

Il nostro snobismo è la stanchezza, 
la nostra vita un terreno di scontro 
di forze tenere e di intromissioni violente, 
le une incapaci di reggere l'urto delle altre, 
di ciò che lavora per un superamento progressivo 
di ogni limite; le cose che mi hai lasciato come 
pegno sono in ostaggio ormai da una stagione 
intera e io non ho alcun modo di contattarti, 
ti ho mandato alcune foto della valigia gonfia 
rimasta qui in cantina e le poche volte che hai 
risposto ho sperato in un recupero del pegno, 
vano il tentativo, mi devi ancora trecento euro.


LA DONNA INTATTA 

Il vaso accanto al coperchio custodisce 
acqua marcia come avviene al cimitero, 
da un turismo sepolcrale alla cena fuori 
si imprime il medesimo fetore solo senza 
quella stessa intensità, sapere l'odore che 
avrà la terra attorno alla tua tomba come 
puro frutto di speculazione, non ci sarà terra, 
magari nemmeno il rinvenimento della salma. 

Lei è una a cui sembra cammini a fianco sempre 
un'altra persona, da lì, dall'attribuzione inesatta 
dell'origine del tanfo ai ravioli al vapore di un altro 
avventore si passa all'evidenza di accumuli stagnanti 
che rovinano la cena alla donna intatta.


I POETI AMATORIALI 

Se chi scrive dedica il suo tempo a logori 
gabbiani che volteggiano nel blu fate male 
a definirlo un amatore: è la routine che 
si impone, nei versi e nella vita, e toglie 
spessore a tutto ciò che si compone. 

Eppure se al poeta del fine settimana 
si addice una certa angustia di figure 
e tenace assenza di mestiere, se talora 
affastella brevi sfoghi e si affligge dentro 
un recinto hobbistico marcato a zona 
dal demone dell'appagamento, per qualche 
minuto all'anno lui dal perimetro si affranca. 

Al lume di un portatile forza la propria cella 
lessicale e infine - sospinto dall'immagine 
pura di un volatile mai detto prima - sconfina.


MODULISTICA 

Entro in banca e non colgo una vera e propria 
accoglienza, prendo un modulo che credo serva 
ai bonifici internazionali poi mi accorgo che è già 
compilato, non avrei dovuto prenderlo, sottrarlo. 

Mi siedo a una scrivania e all'inizio nessuno 
mi dice niente, poi di colpo si avvicina rozza 
un'impiegata che mi esprime il suo disprezzo, 
mi arrabbio, inveisco, dico che non c'era altro 
posto libero e che nessuno fino a quel momento 
si era voluto occupare di me, cliente abituale. 

La faccia impiegatizia emana livore, pur di essere 
notato allora commetto la mia solita infrazione: 
prendo ciò che non devo, siedo dove non devo.


BIGI MAMA 

Faccio acquisti dentro un discount semivuoto. 
Prendo del tonno a poco prezzo, è sfilacciato, 
di bassa qualità, la buzzonaglia sponsorizzata 
sulla rivista della comunità africana a Spandau. 

Manca qualcosa, penso agli spinaci, prima 
li voglio prendere freschi, ce n'è una cesta 
piena, mi avvicino e mi servo, so che un po' 
di verdura è decisiva e meglio non surgelati, 
gli spinaci: soddisfatto pago a un ventriloquo 
intrapsichico, poi ancora alla cassa soppeso 
                                     la stazza del Vico.


IL BLOCCO DELLO SCRITTORE 

In questa mente ormai già regredita 
la pagina scritta con esattezza poetica 
cede il passo ad altro ed appare come 
un trucco, come l'astuzia di qualcuno 
che si viva come autore, che si operi 
affinché ogni piccolo gesto letterario 
sia impregnato di autorialità, avendo 
compreso come sia esaurita di parole 
la vena collettiva e staccasse l'ultimo 
tagliando disponibile perché conservi 
la nomea di poeta: la formula dunque 
è scritta e stampata, lo statuto di testo 
ufficiale guadagnato piantando insegne 
del proprio nome: ciò avveniva prima 
della regressione, questo genere d'idolo 
che molestava l'impulso alla scrittura. 

Il tempo è declinato e le figure che 
animavano il timore si sottraggono 
alla vista e non attendono al ruolo 
propulsore, non resta che seguire 
il suggerimento della strada e quel
je m'en fous sbavato via sul canale.

Parti, esci, ci si deve staccare dai blocchi 
di partenza, il momento in cui scattare, 
andare, il momento ormai trascorso, ma 
devi comunque andare, ti devi comunque 
muovere, non c'illudiamo in alcun modo 
che la corsa possa avere un qualche successo, 
esentato come sei dall'ottenere qualsiasi esito.
THREE MILLIMETRES

Pin, chink, germ, crop.

The womb a film. Diaphragm, aperture.

Dark uterus impressed with existence:
Half a centimetre, even less, a pebble.

I now see the notches on the spore-sized
Gauge, counting back - recalling first
The coals of a one-night drug,
Streetlamps melted orange in my head,
That time, and wax became my teenage face,
Much sightless was the post-flood damage.

Only with growing of urban lichens,
Gutter’s damp stains and rotten graffitis
On the opposite façades, my eyesight got back.

I would figure by scattered taints. Profile, edge.

Next to the small case of the gas-meter,
Down in the courtyard, like a holy shroud
Under the stairs suddenly emerged,
Terrifying supernal face. Encrustation.

Blunder, refulgence, coloring, ignition,
Dante between the curtains and beatitude in a jail.
Soviet Union.

Jubilee linen hanging out with neighbour’s
Clothes, falls down injected in the wall,
Where another wall has fallen.

How does that July flashflood apply from 
the belly, distends the lighting point, 
echography makes iris of a tiny body 
swimming in the dark.

Lantern. Daughter. Still unborn.

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